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Centro Fotografico Cagliari di Cristian Castelnuovo presenta:

ARCHIVAL PRINTS

Mostra collettiva a cura di Roberta Vanali

Centro Fotografico Cagliari

Via Eleonora d’Arborea, 51, Cagliari

www.centrofotograficocagliari.com

Dal 14-11-2019 al 14-12-2019

Aperto il Mercoledì, Giovedì e Venerdì dalle 1830 alle 2030

il Sabato solo su appuntamento

Vernissage Giovedì 14 Novembre 2019 h1830

Gli artisti in mostra: Nobuyoshi Araki, Majlend Bramo, Renè Burri, Robert Capa, Cristian Castelnuovo, Chien Ci Chang, Gianluca Chiai, Paul Fusco, Roberto Goffi, Rula Halawani, David Hurn, Duane Michals, Marco Menghi, Don McCullin, Steve McCurry, Gabriele Micalizzi, Davide Monteleone, Marcello Nocera, Eric Oliveira, Gianluca Panella, Giovanni Panizza, Martin Parr, Stefano Picciau, Max Pinckers, Claudia Porcu, George Rodgers, Loris Savino, Nishant Shukla.

“La fotografia è contemporaneamente il riconoscimento di un fatto in una frazione di secondo e l’organizzazione rigorosa di forme percepite visivamente che esprimono il significato di quel fatto”. (H. Cartier-Bresson)


 

Fondata nella primavera del 1947 da Robert Capa, Henry Cartier-Bresson, George Rodger, David Seymour e William Vandivert con l’obiettivo di proteggere il diritto d’autore e la trasparenza dell’informazione con un nuovo modo di comunicare, ossia creando informazione attraverso il reportage, l’Agenzia Magnum è un archivio dove trovare tutta la storia del mondo a partire dal dopo guerra. Dai grandi eventi ai piccoli fatti di vita quotidiana. Per tutti gli anni Cinquanta e Sessanta gran parte dei progetti dei componenti dell’agenzia sono rivolti alla difesa del concetto di universalità attinto alla dichiarazione universale dei diritti umani approvata dall’ONU. Grazie alla politica di tutela, l’Agenzia Magnum ha raccolto intorno a sé sessanta tra i più grandi fotografi al mondo e ha prodotto tra i più importanti e drammatici reportage del XX secolo.

La mostra collettiva di fotografia Archival Prints muove da un importante nucleo d’opere, acquisite dal Centro Fotografico Cagliari direttamente da Magnum e non solo, con l’obiettivo di riunire artisti contemporanei che rientrino nella stessa filosofia dettata dall’agenzia per un confronto diretto che documenti l’evoluzione del reportage fotografico. Filosofia i cui principi rientrano nel creare informazione esclusivamente attraverso il reportage mantenendo l’individualità di ogni fotografo. Trovare la sintesi perfetta di quell’attimo, quello che Cartier-Bresson considera il “momento decisivo”, per giungere all’essenza della situazione riproducendo fedelmente la realtà, senza limiti o vincoli. Mostrare trasparenza dell’informazione con la libertà di scegliere soggetti e tematiche. Con un approccio assolutamente scevro da elaborazioni digitali delle immagini. Non a caso John Morris sostiene che: “Magnum è uno stile di vita. Ha permesso ai suoi fotografi di coltivare i loro sogni individuali tramite la condivisione. Essa rappresenta collettivamente il più estremo individualismo. Nessun fotografo Magnum è la tipica espressione del gruppo”.


 

Protagonista del mondo a luci rosse di Tokyo, avulso dall’aspetto meramente pornografico, Araki esplora l’industria del sesso giapponese, la realtà fittizia dell’esibizionismo e della mercificazione del corpo femminile, anche nelle immagini più estreme del bondage. Tradizione giapponese che consiste nel legare e immobilizzare corpi con robuste funi in un contesto erotico. Non è stato solo un maestro nel campo del reportage, lo svizzero Renè Burri, ma anche un eccellente ritrattista convinto che non esistesse un istante più importante degli altri da fissare sulla pellicola. I suoi sono ritratti iconici entrati nell’immaginario collettivo e destinati a rimanerci per sempre, tra i più importanti quelli di Picasso, Giacometti, Fidel Castro e Che Guevara. Da quest’ultimo fu inviato a documentare il successo della rivoluzione castrista, da qui il celebre ritratto in mostra. Fondatore dell’Agenzia, la cui fama esplode durante la guerra civile spagnola grazie alla foto del Miliziano colpito a morte, sulla quale esistono riserve di autenticità, Robert Capa è autore, tra gli altri, di Matisse nel suo studio e dello Sbarco in Normandia, una delle foto più note del XX secolo. “Il mare era gelido e la spiaggia ancora lontana un centinaio di metri, mentre intorno a me fioccavano proiettili che bucavano l’acqua”, scrisse nel suo memoriale. Otto delle foto salvate, tra cui quella in mostra, furono pubblicate sulla rivista Life.

“Quando ho iniziato a fare sequenze, non era perché pensavo fosse bello o l’ultima cosa da fare. L’ho fatto per superare la frustrazione del fermo immagine”. Tra poesia scritta e poesia visiva, spesso con dissacrante ironia, l’americano Duane Michals supera i limiti dell’immagine individuale aggiungendo un breve testo scritto a mano per trasformarla in opera narrativa che sondi l’invisibile. Attraverso tematiche come sesso e morte.

Chien Chi Chang nel 1992 inizia un progetto basato sui legami familiari e culturali che durerà vent’anni. Ciò che più gli interessa è la vita degli immigrati cinesi a Chinatown di NY e per contro quelle delle loro famiglie nella terra d’origine. In mostra la curiosa immagine di un immigrato che mangia noodless su una scala antincendio di NY non curante della vita frenetica che gli ruota intorno.

Paul Fusco entra a far parte dell’Agenzia nel 1974. In mostra un’opera tratta dalla serie Funeral Train realizzata nel 1968 a bordo del treno che trasportava la salma di Bob Kennedy. Armato di tre macchine fotografiche e novanta pellicole scattò più di duemila foto dal finestrino per immortalare il popolo americano che porgeva l’ultimo saluto al presidente.

Inizialmente il gallese David Hurn non era particolarmente interessato al fenomeno dei Beatles. Il suo compito era quello di trovare l’immagine più rappresentativa in cui fossero ripresi tutti e quattro insieme e un giorno la trovò negli studi di Abbey Road mentre provavano al piano con il copione del film Tutti per uno: “Quella è diventata la foto simbolo, sicuramente una delle più famose, perché colti in una posa naturale. Nel tempo è diventata una delle fotografie che viene venduta come opera d’arte. Era la foto che aspettavo da tanto.”

Uno dei più celebri fotografi contemporanei è senza dubbio Steve McCurry, conosciuto sopratutto per il ritratto dalla grande forza espressiva della ragazza afgana pubblicata dal National Geographic. Ha spaziato in molti ambiti da quello di guerra, dove documenta la sofferenza delle genti costrette a fuggire dalla propria terra, alla fotografia urbana, come dimostra l’opera in esposizione che rappresenta la stazione ferroviaria di Agra, in India, fino alla ritrattistica della quale scrive: “La maggior parte delle mie foto è radicata nella gente. Cerco il momento in cui si affaccia l'anima più genuina, in cui l'esperienza s'imprime sul volto di una persona”.

George Rodgers fu tra i membri fondatori dell’Agenzia Magnum. Si occupò di molteplici conflitti tra cui quelli in Abissinia ed Eritrea. Alla fine della Seconda Guerra, l’esperienza nei campi di concentramento di Bergen-Belsen fu talmente traumatica che decise di abbandonare il foto giornalismo per dedicarsi a servizi naturalistici ed etnografici in Africa e in Medio Oriente, così come documenta l’entrata del Tempio di Petra in Giordania.

“Ho dormito per settimane sotto le bombe, per terra, in mezzo ai morti. Alla fine ho perso la ragione, non riuscivo più a dire una parola, non vedevo altro che morti, sangue, esplosioni”. È stato uno dei più grandi fotografi di guerra Don McCullin. La sua difficile storia personale, fatta di violenza sopratutto nel periodo dell’infanzia, gli ha permesso di affrontare le tragedie e gli orrori del mondo. In mostra il deserto campo dove si è svolta la sanguinaria battaglia di Somme, una serie di offensive anglo-francesi attuate per sfondare le linee tedesche che condannarono a morte più di un milione di soldati da entrambe le parti.

“La maggior parte dei fotografi è molto legata alle situazioni esotiche e alle persone che si trovano in circostanze estreme e drammatiche, ma credo che la vita ordinaria sia molto più interessante di quanto la gente pensi”. Nonostante esordisca col b/n, dal 1982 per Martin Parr il colore è al centro della sua ricerca. Colore saturo e brillante che enfatizza il lato umoristico del suo lavoro. L’impietosa restituzione dei riti collettivi, la feroce critica della corsa al benessere, al consumismo e all’edonismo si riscontrano anche nella tavola imbandita per la Festa della Liberazione a Guernesey.

Like sugar in milk è la serie fotografica dalla quale proviene l’opera di Majlend Bramo che esplora la comunità dei Parsi a Mumbai, ultimi seguaci del Zoroastrismo, la religione monoteista più antica al mondo. Interessato anch’esso alle radici socio-culturali dell’India Max Pinckers è un fotoreporter Magnum che indaga il mondo del cinema Bollywoodiano. Nella foto, al limite del surreale, una coppia si apparta dentro un taxi che riempie di piccoli pappagalli. Sempre all’India appartiene la serie di scatti realizzati da Nishant Shukla tra i ghiacciai alla fonte del Gange durante un lungo viaggio che non solo è stato fotografico bensì soprattutto spirituale. Il fotoreporter vive tra Londra e l’India e il suo interesse è rivolto al vasto tema dell’identità. Anche Cristian Castelnuovo è affascinato dall’immensa terra indiana, pertanto fissa sull’obiettivo una delle baraccopoli più grandi al mondo, quella di Dharavi. Il poverissimo quartiere di Mumbai attraversato dalla conduttura che fornisce d’acqua tutta la città. Mentre nella seconda immagine restituisce un luttuoso Berlusconi che, a causa della condanna del 2013, è costretto a lasciare la carica di senatore.

Da sempre interessato al territorio sardo che esplora nei suoi aspetti naturalistici e sociali, Gianluca Chiai riprende un gruppo di anziani che, come di consueto, siede all’ombra del sagrato della chiesa di Baunei. Anche Marco Menghi è coinvolto dall’analisi del territorio e delle sue trasformazioni, avvalendosi spesso di droni professionali, con un occhio di riguardo verso architettura ed interni. In mostra il Ponte dei Queens a NY restituito come infrastruttura.

Giovanni Panizza è il più giovane tra i fotografi coinvolti. La foto proviene da Larung Gar in Cina, paese abitato principalmente da monaci e monache tibetane, e immortala, appunto, un gruppo di monache intente a studiare di buon mattino all’entrata del tempio. Nasce a Gerusalemme e protagonista assoluta dell'ultima biennale di Venezia, Rula Halawani esplora la violenza che continua a devastare il suo paese e che l’ha trasformato in zona di guerra perpetua. Le sue sono le terribili visioni dell’occupazione israeliana tra cui quella in mostra che documenta un ragazzo palestinese durante gli scontri con l’esercito israeliano a Hebron nel 1997. Anche Gabriele Micalizzi, lavora in Medio Oriente seguendo le tensioni politiche a Gaza ed Istanbul. Ha coperto la Primavera Araba - la serie di rivolte in Nord Africa e Medio Oriente iniziata nel 2010 - e la Rivoluzione delle Camicie Rosse, militanti del Fronte Unito per la Democrazia contro la dittatura a Bangkok in Thailandia. Stesse zone anche per Loris Savino che si è occupato della Primavera Araba e di conflitti etnici e religiosi. La sua foto, un manifestante durante le proteste della Marcia del Grande ritorno che alla frontiera tra Gaza and Israele nella primavera del 2018 hanno causato più di 200 morti. Dal 2005 fa parte dell’agenzia Contrasto. La ricerca del brasiliano Eric Oliveira si concentra sulla fotografia di moda, sul paesaggio e sulle scene urbane dove sottolinea decadenza e abbandono come avviene nell’immagine di La Conca, motel di Las Vegas la cui insegna è stata realizzata da Paul Williams, e in quella dell’uomo d’acciaio - oramai carico di ruggine - che si trovava all’esterno di una famosa sala biliardo, sempre a Las Vegas. Mentre quella di Gianluca Panella si focalizza tra ritrattistica e reportage rivolti al sociale. Le due foto sono tratte dalla serie delle Isole Kiribati, stato insulare dell’Oceania destinato a svanire nell’oceano entro il 2050 a causa dell’innalzamento delle acque. Stefano Picciau riprende, in una lunga prospettiva, l’interno metafisico del Forte Amber, una fortezza sul lago di Maota in India che fu la residenza dei Maraja Raiput e utilizzato come via di fuga per spostarsi sul più sicuro Forte Jaigarth. Proviene, invece, dal Museo del Genocidio in Cambogia, lo scatto di Claudia Porcu che ritrae la moglie di un segretario di stato cambogiano, costretto a confessarsi traditore, in carcere con il suo bambino prima di essere giustiziati. La stessa fine che fece un terzo della popolazione cambogiana sterminata tra il 1975 e il 1979 sotto la dittatura di Pol Pot. Mentre le tre foto di Marcello Nocera, parte del progetto Requiem, documentano la Dia de Los Muertos, occasione in cui si celebra la divinità della Santa Muerte, patrona dei narco trafficanti. Troviamo infine Roberto Goffi con uno scatto della casa-museo dove Carol Rama ha vissuto per settant’anni - aperta al pubblico da pochi giorni - che coglie l’atmosfera mistica che l’ha contraddistinta svelando l’anima delle cose che emergono dal buio, così come accade nell’immagine del cancello rosso squillante di Davide Monteleone che irrompe tra il verde della vegetazione, risultato di un viaggio attraverso la Russia.


 

Roberta Vanali

 

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