Centro Fotografico Cagliari

CFC Mostre #8

Life is Movement di Jivya Soma Mashe e Cristian Castelnuovo

Testo critico di Francesca Alfano Miglietti

dal 16-01-2019 al 14-02-2019

vernissage Mercoledì 16 Gennaio 2019 alle 18.30

aperto tutti i Giovedì e Venerdì e Sabato dalle 18.30 alle 20.30

Aperto su appuntamento tutti i giorni della settimana tranne Domenica

 

Il Centro Fotografico Cagliari è lieto di annunciare per la volta in Sardegna la mostra dell’artista indiano Jivya Soma Mashe. Dopo l’esposizione al PAC, bi-personale con Richard Long, il lavoro del maestro dell’arte tradizionale della tribù indiana “Warli”, di recente scomparso all'età di 83 anni, sarà presentato presso la galleria cagliaritana con opere su tela e su carta. In mostra con Mashe, Cristian Castelnuovo, fotografo, che dopo molti viaggi nella terra dei Warli racconta attraverso le sue opere fotografiche l'artista, il villaggio dove Mashe per anni ha vissuto e creato i dipinti che lo hanno reso celebre in tutto il mondo. Nativo del distretto di Thane, nello stato del Maharashtra, Jivya Soma Mashe è il più importante portavoce del linguaggio visivo dei Warli, basato principalmente su raffigurazioni di spiriti soprannaturali, miti della fertilità e scene di vita quotidiana. Autore di dipinti eseguiti interamente in bianco applicando una miscela di pasta di riso, acqua e gommoresina su tele grezze trattate, elementi naturali quali la terra e talvolta anche lo sterco di vacca. Jivya Soma Mashe è stato tra i primi artisti indiani ad essere riconosciuto a livello internazionale, in Europa le sue opere sono state protagoniste della leggendaria mostra “Magiciens de la Terre” curata da Jean-Hubert Martin al Centre George Pompidou di Parigi. Le sue opere sono state esposte in tutto il mondo e parte di collezioni permanenti al Crafts Museum di New Delhi, al Museum Kunstpalast, Dusseldorf e, presso il Mithila Museum di Niigata, in Giappone.

La mostra è presentata dal testo critico della storica dell'arte e curatrice Francesca Alfano Miglietti.

Intervista Radio X - Cristian Castelnuovo
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Jivya Soma Mashe Artista Warli.

Testo critico di Francesca Alfano Miglietti (FAM)
 

C'è molta più arte tra la terra e il cielo di quanta ne sogni l'Occidente. A fronte di una produzione che proviene ormai da tutte le parti del globo, sempre più legata ad un sistema economico, il sistema artistico occidentale, è sempre più egemone sia culturalmente che economicamente, nonostante l'urto di pratiche artistiche a volte incompatibili con l'idea occidentale di arte. Un tempo le sculture africane, le icone indiane, come tutti gli straordinari artefatti provenienti da culture non occidentali, venivano esposti nei musei etnografici d'occidente come non-arte. Oggi da quelle stesse zone esotiche ci arrivano sculture, immagini, installazioni che sono considerate arte a tutti gli effetti e vengono accolte nelle biennali e nelle mostre internazionali, non senza conflitto. Alla prima mostra globale d'arte contemporanea che si tenne a Parigi, al Centre Pompidou nel 1989, la categoria di artista fu evitata con cura e sostituita dal poetico titolo Les magiciens de la terre. Troppo legate, forse, al loro “contesto d'uso”, rituale, o politico, o mirante ad affermare delle identità nazionali. Difficile perciò confinarle in quella sfera specializzata separata dalla religione e dalla prassi che da tre secoli definisce l’estetica. Esiste, ancora oggi, un attrito tra la complessa e variegata produzione contemporanea e ciò che l'occidente chiama arte. Lo scenario artistico contemporaneo indiano rimane praticamente sconosciuto in Italia nonostante il suo dinamismo e la pluralità' delle sue espressioni. L’India e’ una delle civiltà' piu’ antiche del mondo e la sua arte e’ fortemente influenzata dalle profonde radici culturali. Tale interdipendenza si riflette nelle opere degli artisti indiani influenzandone la loro creatività’ e dando loro caratteristiche uniche. Dagli anni 90, decennio in cui l’India si e’ aperta al resto del mondo accettando il nuovo ordine globale, le opere realizzate dagli artisti indiani riflettono le contraddizioni del presente del loro paese. Le diverse opere evocano qualcosa della realtà’ quotidiana del vivere oggi in India: l’incessante avanti e indietro tra le città’ e la periferia, tra il moderno ed il tradizionale, tra i clamori di Bollywood e la semplicità' della vita nei villaggi... Quindi non l'India tipicamente rappresentata nei film di Bollywood o quella nostalgica dei regni indiani e dell'impero che prevale in Europa, ma piuttosto l'India d’oggi, complessa e confusa tra passato e futuro, tra tradizione e progresso. Non è questo il caso di Jivya Soma Mashe. Nato in un villaggio del distretto di Thane, nello stato del Maharashtra, India, vive oggi a Kalambipada, nello stesso distretto, a circa 150 km a nord di Mumbai. Sono le terre dei Warli, una delle comunità tribali degli "adivasi" (i "primi abitanti," come li chiamano gli indù). Jivya Soma Mashe è uno degli artisti presentati alla mostra “Magiciens de la terre”, e in quell’occasione conobbe Richard Long e nel corso di una visita che Long e Perdriolle effettuarono a Kalambipada nel febbraio 2003, a casa di Mashe, nasce la mostra “Richard Long- Jivya Soma Mashe: Un incontro”, prima a Dusseldorf nel 2003 e al PAC, a Milano, l’anno dopo. Il tipo di pittura che realizza Jivya Soma Mashe è tipica dei Warli, una forma d’arte che esprime eventi quotidiani e sociali della tribu’, tale forma d’arte si è dimostrata essere efficace per trasmettere alle generazioni successive le tradizioni di una cultura priva della parola scritta. Essa viene eseguita sui muri delle capanne (fatti di un miscuglio di ramoscelli, argilla e sterco di mucca) con un colore bianco ottenuto mescolando pasta di riso, acqua e gomma. Il lessico dell’iconografia Warli è semplicissimo e consta di tre forme elementari variamente combinate: il triangolo (che ricorda il profilo delle montagne sacre, molto aguzze), il cerchio (sole e luna) e il quadrato (che è la forma del recinto sacro o dell’appezzamento di terreno) al cui centro si trova quasi sempre la dea madre, Palghata. Con questa pittura murale i Warli rappresentano i propri miti orali, come quello di Narayandev, che narra il trapasso dal nomadismo alla stanzialità agricola o quelli che spiegano l’origine dei nomi delle tribù. Sino alla fine degli anni sessanta la pittura Warli è stata realizzata quasi esclusivamente dalle donne, ed è con Jivya Soma Mashe, un giovane abbandonato dalla famiglia quando era ancora bambino e rinchiuso da allora in un totale mutismo, a cambiare la situazione. Quando infatti lo incontrarono gli inviati del governo centrale, fecero in modo di fornire ai Warli carta per disegnare e il supporto delle pitture cambia. Le carte e le tele di Jivya Mashe, di grande formato, si riempiono di lunghe file di figure umane che camminano o lavorano, disposte in curve aperte, cerchi o spirali. Gli elementi del mito e del rito si diluiscono nella rappresentazione dei lavori dei campi e della vita quotidiana. La tradizionale percezione dello spazio, con Jivya Soma Mashe, inizia a combinarsi con elementi più astratti e le sue pitture acquistano a poco a poco un particolare carattere: i temi rappresentati sono simbolici e spesso ripetuti nelle diverse opere, molte delle pitture rappresentano Palghat, il dio Warli del matrimonio e durante eventi sociali importanti, come il matrimonio, la pittura diventa sacra al punto che senza di essa, l'unione stessa non sarebbe valida e non potrebbe nemmeno avvenire. Nelle nuove pitture, spesso realizzate su carta, convivono motivi decorativi tradizionali con elementi moderni quali il treno o la bicicletta. Prima che una narrazione emblematica le opere di Jivya Soma Mashe restituiscono alla produzione visiva l’idea di un centro, di un luogo profondo in cui si annidano le ragioni, i significati, i meccanismi produttori del rapporto tra sogno, tradizione e realtà, costituendo così un insieme di immagini, di concetti o di segni che valgono e significano quanto più è probabile e atteso: la verità in altri termini è per Jivya Soma Mashe verosimile all’immaginario, al suo immaginario poetico e denso di elementi. In questo senso si possono sondare a fondo le possibilità narrative che costituiscono l’opera: una sorta di storia degli uomini, degli animali, della terra e degli elementi naturali che sono parti costitutive di ogni individuo del mondo di Jivya Soma Mashe. Sono infiniti, nelle sue opere, i tentativi di scoprire le innumerevoli molteplicità dell’immaginario alla ricerca dell’algoritmo nascosto, una disposizione dell’animo probabilmente già narrata qualche milione di volte, che non soltanto non ha mai perso di verità, fascino e soprattutto di rappresentabilità drammatica, ma continua ad accrescere la concreta trasposizione del racconto visivo su un piano puramente fantastico. In questa prospettiva il concetto di “ripetizione” non esiste. L’apertura stessa, infatti, di questo genere di immagini verso ogni tipo di trasformazione, evidenzia le potenziali capacità dell’immaginazione che, a prescindere da qualsiasi genere di sistema imposto dalla tradizione, fa si che la semplice idea dell’astrazione si articoli semanticamente, che l’estrapolazione dell’immaginazione diventi realtà immaginaria. “Noi abbiamo sempre avuto, finora, una riserva di immaginario, e il coefficiente di realtà è proporzionale alla riserva di immaginario che gli conferisce il suo peso specifico”, scrive Jean Baudrillard, ma l’immaginario di Jivya Soma Mashe copre perfettamente il reale e questo, rimesso in discussione, provoca un dileguarsi dei canoni, l’ibridazione dei codici, portando la creazione artistica sempre più lontana da quell’organismo di prevedibilità presente in tanta visione occidentale, quasi a creare una sorta di sistema: non si può rappresentare in modo lineare ciò che si vede esplodere in senso centrifugo. Per penetrare nell’assoluto di tutti i relativi occorre la distanza, la consapevolezza di un vuoto, questo è anche il principio della fondazione di un senso.

Francesca Alfano Miglietti (FAM)

Jivya Soma Mashe

Ogni volta che dal 2005 sono stato in India e sono passato per Mumbai, sono andato a trovare questo incredibile artista, i viaggi a casa di Jivya Soma Mashe nel distretto di Thane vicino al confine tra il Gujarat e il Maharashtra, sono sempre stati organizzati da Sandip, 5 ore fuori da Mumbai fino alla campagna e nella terra dei "Warli". Visitare Jivya è stato come entrare in un sogno, accanto a lui vedevo e vivevo il paesaggio, le verdi risaie durante i monsoni e il terreno arido color oro durante l'estate indiana. La sua casa, la campagna e le montagne attorno, tutto si traduce attraverso la mia macchina fotografica in una lingua sacra di nessuna religione. Segni e simboli antichi arricchiscono una conversazione con l'artista che non ha bisogno di una lingua parlata. Con Jivya, la bellezza, l'arte e la semplicità della vita sono state assorbite automaticamente nell’anima, ho solo ricordi positivi di viaggi indelebili nella mia mente. Sono venuto a conoscenza del lavoro di Jivya quando ha esposto le sue opere con Richard Long in una mostra a 4 mani al PAC di Milano. Ho incontrato Jivya per la prima volta nel 2005, vedendolo da allora più volte in diversi periodi dell'anno. Con Sandip abbiamo portato il suo lavoro in Italia esponendo, i suoi dipinti, e le mie fotografie alla Galleria Arte Centro Lattuada a Milano in una mostra intitolata “Abitare il Cuore” curata da Francesca Alfano Miglietti. Questo lavoro ha l'intento di raccontare la storia di un uomo, di un'incredibile anima e di un eccezionale esempio di arte contemporanea. Sono stato così fortunato ad averlo incontrato e ad averci lavorato insieme, e grazie a lui ho imparato che un gigante lo si riconosce dalle dimensioni del suo cuore. Questo progetto fotografico dedicato alla memoria Jivya vuole essere anche un'elogio alla vita, all'arte e ai valori della famiglia.

 

La Tribù Warli.

I Warlis o Varlis sono una tribù indigena vivono in India nelle zone di montagna, così come in quelle costiere, al confine tra il Maharashtra e il Gujarat. Le loro credenze animistiche, la loro vita, i loro costumi e le tradizioni sono legate al raccolto. Con il passare dei secoli hanno adottato molte credenze Indù, i Warlis comunicano con una lingua non scritta, il varli, che deriva dalle lingue indo-ariane proveniente dai territori dell'unione di Dadra e Nagar Haveli, e Daman e Diu. Nel libro "Il mondo dipinto dei Warlis", Yashodhara Dalmia ha sostenuto che questa tribù porta avanti una tradizione che risale al 2500 o al 3000 a.C. I loro dipinti murali sono simili a quelli ritrovati nelle grotte nei pressi di Bhimbetka, nel Madhya Pradesh che si presume siano stati realizzati nel neolitico. Le pitture murali dei Warli sino alla fine degli anni settanta venivano eseguite solo per occasioni speciali come matrimoni o raccolti, la mancanza di una regolare attività artistica spiega lo stile molto grezzo di tali opere. Dalla fine degli anni settanta in poi vi è stata svolta radicale quando Jivya Soma Mashe e suo figlio Balu Mashe hanno iniziato a dipingere giorno dopo giorno, per una propria ricerca artistica trasferendo l'opera muraria su tela, da qui la nascita di un movimento artistico riconosciuto in India e nel resto del mondo.

 

Cristian Castelnuovo

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