Il Centro fotografico Cagliari di Cristian Castelnuovo presenta:

VERTIGO mostra fotografica collettiva a cura di  ROBERTA VANALI

dal 18 gennaio 2018 al 01 Marzo 2018

Vernissage Giovedì 18 Gennaio 2018 alle 18.30

Artisti in mostra: Alessandra Baldoni, Davide Bramante, Giusy Calia, Cristian Castelnuovo, Emanuela Cau, Giovanni Coda, Elisabetta Falqui, Barbara La Ragione, Giovanni Loy, Massimiliano Perasso, Massimiliano Picconi.

CFC Mostre #3

VERTIGO -A CURA DI ROBERTA VANALI-

dal 18-01-2018 al 01-03-2018

aperto Giovedì, Venerdì, Sabato dalle 18.30 alle 20.30

e tutti i giorni su appuntamento

CFC Via Eleonora D'Arborea 51 Cagliari

info: www.centrofotograficocagliari.com

tel: +393475059397

 

VERTIGO

a cura di Roberta Vanali

 

“Colui che adesso stava seduto di fronte al signor Goljadkin era la vergogna del signor Goljadkin, era l’incubo del giorno prima del signor Goljadkin, era lo stesso signor Goljadkin.” (F. M. Dostoevskij, Il Sosia)

 

Muove dal titolo della celebre pellicola di Alfred Hitchcock Vertigo, la collettiva che propone 11 fotografi di diversa provenienza territoriale e background di appartenenza per una riflessione sul concetto di doppio come elemento di identità. Un pretesto per misurarsi con l’ombra, col lato oscuro dell’esistenza e porre l’individuo di fronte ai propri fantasmi, attraverso il medium espressivo più congeniale a sviscerare gli aspetti occulti della realtà, a rendere visibili mondi paralleli. Al di là dei nostri limiti. Oltre lo specchio.

Svariati sono gli ambiti in cui il concetto di doppio è individuabile. Da quello religioso, attraverso l’eterna lotta tra i due principi fondamentali come bene e male, luce e tenebre, Alfa e Omega; a quello psicanalitico in cui rientrano il disturbo dissociativo dell’identità, la doppia personalità e l’alter ego; fino all’ambito antropologico dove il ruolo tribale del doppio è riscontrabile nel feticcio. Ma anche il concetto di imitazione, sovrapposizione, antagonismo e ambivalenza, oltre a tutti quegli effetti perturbanti che scaturiscono dallo stridente contrasto degli opposti - compresi elementi di duplicazione come lo specchio e la maschera - sono assimilabili al concetto di doppio. Capace di suscitare reazioni di inquietudine e timore poiché implica principi di diversità e mostruosità, esso ritrova solo nella ricongiunzione degli opposti l’unico elemento salvifico e risolutore. 

Attinge a quel mondo fiabesco quanto simbolico teso a rappresentare punti di rottura e sdoppiamenti: “un archivio del buio, una mappatura del fiato sospeso”. In questo modo Alessandra Baldoni ama definire il suo lavoro per riflettere, in questo frangente, sull’ambivalenza della maschera nel tentativo di esorcizzare i propri timori e tradurre i racconti della gente comune. Perché ognuno, a suo modo, ha una storia incredibile da raccontare. Concetto analogo a quello indagato da Massimiliano Perasso che, seguendo i canoni low fidelity dell’universo punk, racconta una storia reale, vissuta in prima persona, tra pratiche sessuali alternative - dal bondage al fetish - e il mondo dell’esoterismo, in un rigorosissimo bianco e nero dai toni saturi e marcatamente gotici. Come un diario di appunti di vita vissuta, così si potrebbe tradurre il suo approccio visionario col mondo della fotografia.

Muove dalla visione simultanea della realtà che vede sovrapporsi più immagini volte a restituire luoghi emblematici delle metropoli, Davide Bramante, svelandone e rivelandone l’essenza più profonda. Il Genius Loci, la forza più estrema del territorio. In un connubio di sovrapposizioni spaziali e temporali che conferisco dinamismo all’intera composizione. Roma e Pechino sono il pretesto per innescare illusioni percettive, per esibire stratificazioni di memorie che si susseguono, tra velature e dissolvenze, e sintetizzare magistralmente in un unico scatto il concetto di bidimensionalità. 

“Ha il dono di trasformarsi in così tanti personaggi distinti e totalmente diversi da darti l’impressione che porti tutta l’umanità dentro sè.” Ben si adatta questa citazione di Paul Auster alla visione fotografica di una patologia clinica come quella bipolare che interessa Giovanni Loy. Il dualismo identitario, l’ambientazione irreale e l’atmosfera straniante conferiscono spettralità all’immagine dove una donna che sembra fluttuare nel vuoto diventa ombra di se stessa. Come avviene per la vittima di violenza sessuale negli scatti grotteschi estrapolati dallo studio fotografico per il film “Bride in the wind”, ultima parte della trilogia sulla violenza di genere di Giovanni Coda, che recentemente ha fatto gran discutere. In una produzione che si avvale di dissonanze stilistico-espressive alternando stralci di profonda poesia alla matrice documentaristica e che ricorre al corpo come strumento d’indagine e pretesto narrativo. 

Rendere visibile l’invisibile, per Barbara La Ragione significa dare forma ai propri incubi. Tra sogno e realtà, ai confini dell’horror, l’artista restituisce volti inquietanti costretti in una maschera deformante, simulacro di identità dietro il quale celarsi per nascondere il lato oscuro che inevitabilmente lascia emergere ambiguità e dissimulazione, poiché “Tutto ciò che è profondo ama la maschera”, a detta di Nietzsche. La stessa ambiguità che crea lo specchio, spazio altro dove realtà e finzione convergono per concepire dimensioni altre sovvertendo le attuali come nel tentativo riuscito di Emanuela Cau, protagonista delle sue visioni in un’analisi introspettiva volta a svelare l’altra identità che lotta per restare nell’ombra.

E’ una costante quasi ossessiva nella ricerca estetica di Elisabetta Falqui, quella della riflessione sulle personalità multiple, fondata sull’ambiguità tra equilibrio e caos, tra immaginazione e realtà. Con un approccio che non disdegna ironia, l’artista immortala una modella nel cui capo coesistono due acconciature diverse, opposte. Una maschile l’altra femminile. E rincara la dose duplicando anche l’immagine: il doppio nel doppio. Doppia immagine, ma in questo caso doppiamente speculare, tratta dalla serie Dark City, anche per Cristian Castelnuovo che, sedotto dalle luci delle raffinerie Saras, come in grande puzzle restituisce uno spaccato di una realtà trasfigurata. Un inganno visivo che confluisce in una sorta di paesaggio distopico, immerso in una atmosfera sospesa dai toni patinati, che non può non far pensare alle suggestioni apocalittiche del fantascientifico Blade Runner. 

Una doppia interpretazione dello stesso tema ma con un approccio antitetico si legge nelle opere di Massimiliano Picconi e Giusy Calia che, facendo riferimento alle wunderkammer, ovvero stanze delle meraviglie, concedono il loro obbiettivo a due mirabilia (meraviglie spesso raccapriccianti con l’obiettivo di suscitare stupore) immersi nella formalina. Il primo affronta il suo monocefalo con curiosità scientifica mettendo in risalto la mostruosità della rappresentazione, mentre la seconda ha un approccio più concettuale che distoglie dall’immagine mortifera delle gemelle siamesi bloccate in un abbraccio eterno, per suggerire il ritratto di un legame indissolubile che supera i confini spazio-temporali e si rifà ai versi di una poesia di Pedro Salinas: “Sei anticamente mia / da tanto tempo ti conosco, / che nel tuo amore chiudo gli occhi, / e procedo senza errare, / alla cieca, senza chiedere nulla / a quella luce lenta e sicura / con cui si riconoscono lettere / e forme e si fanno conti / e si crede di vedere / chi tu sia, o mia invisibile.”

 

Roberta Vanali


 

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